Archivi del mese marzo, 2012

Welfare e contracting-out: un sistema basato sui meriti dei fornitori privati

Il passaggio verso un’aperta competizione per la fornitura di servizi rivolti ad una domanda privata parzialmente o totalmente solvente, eviterebbe infatti che una politica di contenimento della spesa sociale pubblica si traduca inevitabilmente nella riduzione del l’offerta complessiva di servizi (o nel deterioramento della loro qualità)

(Le Grand, Robinson, 1984). E tuttavia altrettanto riconosciuto che l’apertura di nuovi mercati privati dei servizi sociali non costituirebbe una soluzione di per sé sufficiente a compensare la riduzione o la mancata crescita dell’intervento pubblico. Le maggiori perplessità riguardano i possibili effetti redistributivi negativi di questa strategia. Il passaggio da un regime di partnership, in cui l a gestione privata dei servizi è finanziata tramite denaro pubblico, ad un sistema fondato sulla capacità dei fornitori privati (siano essi nonprofit o a scopo di lucro) di raccogliere una congrua parte delle loro risorse finanziarie direttamente sul mercato privato dei servizi, sembra comportare infatti i l progressivo abbandono dei servizi rivolti ai gruppi sociali più svantaggiati, a favore di categorie di utenti provvisti di maggiore solvibilità.

Il caso americano offre alcune indicazioni a questo proposito: come infatti mostra Salamon (1993), l’obiettivo prioritario della ricerca di finanziamenti alternativi a quelli statali ha spinto molte organizzazioni nonprofit ad abbandonare la fornitura d i servizi d i tipo assistenziale – rivolti alle fasce più deboli ed insolventi – a favore di interventi rivolti ad una clientela dotata di maggiore potere d’acquisto. Una seconda conseguenza problematica consiste nel fatto che una privatizzazione guidata dalla domanda introdurrebbe profonde modificazioni anche nel sistema d’offerta. In particolare essa sembra modificare in profondità le linee di comportamento assunte dalla maggioranza dei fornitori privati di servizi sociali attualmente esistenti, costituiti da organizzazioni non-profit. Una politica d i demand-driven privatization richiede infatti che vengano aboliti i vincoli regolativi e finanziari che in molti paesi sbarrano l’ingresso nei mercati dei servizi sociali a fornitori privati mossi da finalità di profitto. Anche la concessione di agevolazioni fiscali alle organizzazioni nonprofit può essere messa in discussione in questa prospettiva, nella misura i n cui si ritiene che essa crei una situazione di concorrenza sleale nei confronti delle imprese lucrative. La progressiva commercializzazione cui le organizzazioni non profit verrebbero spinte dall’apertura di un mercato privato dei servizi potrebbe così facilmente deprimere la loro vocazione ad occuparsi delle fasce sociali più deboli, tradizionalmente ai margini anche del sistema pubblico di assistenza. L’esperienza americana mostra i n effetti come l’aumento dei proventi derivanti dalla vendita di servizi abbia coinciso in molte organizzazioni nonprofit con una maggiore influenza acquisita

dal management sia sul personale professionale che sui volon tari, e con l’adozione di vasti programmi di ristrutturazione interna che privilegiano l’efficienza e la standardizzazione delle attività. A sua volta i l sistema pubblico dei servizi, una volta confinato all’erogazione di prestazioni di base rivolte in larga parte alla popolazione marginale, rischia di assumere un ruolo sempre più residuale, sia sul piano finanziario che su quello delle professionalità utilizzate.

In generale, dunque, il modello della privatizzazione guidata dalla domanda presuppone una profonda revisione dell’assetto organizzativo dei sistemi attuali di welfare, una riduzione o quantomeno un blocco al livello attuale dell’intervento pubblico, nonché l’ingresso nel campo dei servizi sociali di quote massicce di fornitori privati mossi da intenti lucrativi. Il presupposto ideologico che giustifica questa rivoluzione organizzativa riguarda le virtù attribuite alla capacità di scelta del cittadino, una volta messo nella condizione di poter discriminare liberamente tra una pluralità di fornitori privati.

Wall Street termina la sua serie di ribasso

Dopo qualche esitazione, il New York Stock Exchange termina settimana in territorio positivo. Gli operatori degli Stati Uniti sono interessati, tuttavia, la salute dell’economia globale.

Wall Street ha esitato a lungo il Venerdì. Dopo l’avvio in rosso, poi un aumento dei conservatori indici chiudere fine di questa settimana nel verde, terminando una serie di tre cali consecutivi. Il Dow Jones salito dello 0,27% a 13,080.73 punti, il Nasdaq progresso dello 0,15% a 3,067.92 punti e lo S & P 500 ha guadagnato 0,31% a 1397.11 punti. Per la settimana, il Dow ha venduto 1,1% mentre il Nasdaq ha registrato un guadagno del 0,4%.

Gli investitori sono molto cauti. Ieri, l’indice aveva chiuso in territorio negativo, influenzato da indicatori poveri che erano i timori cinesi ed europei di rallentamento della crescita globale. Oggi, un indicatore della custodia degli Stati Uniti ci si aspettava e non aiuta la situazione: le vendite di nuove case è sceso 1,6% nel mese di febbraio per tornare a 313.000 su base annua, il dipartimento ha annunciato la Commercio, che ha abbassato le statistiche da gennaio a 318.000 contro i 321.000 inizialmente annunciato. Economisti prevedevano 325.000 vendite.

In questo contesto, “Wall Street non sembra muoversi in modo significativo oggi dopo una settimana di indicatori economici mescolati in tutto il mondo”, ha detto Venema Karee di Schaeffer Investment Research.Laterale dei mercati del petrolio, il prezzo del petrolio finito, le tensioni geopolitiche che circondano la iraniano continua a condurre la corrente, tanto più che le osservazioni dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (IEA) hanno Non rassicurato gli investitori. Il barile di “light sweet crude” (Wti) greggio per consegna maggio guadagnato 1,52 dollari dalla chiusura del Giovedi, terminando a 106,87 sul New York Mercantile Exchange (Nymex).

Valori da seguire

Nike (-3,24% a 107.39 dollari) Giovedi riportato un utile superiore alle aspettative per il terzo trimestre dell’anno fiscale offset e un aumento delle sue ordini futuri. La società di consulenza Accenture (2,14% a 64,88 dollari) ha pubblicato i suoi risultati Giovedi ottavo trimestre consecutivo di sopra aspettative di Wall Street ed alzato le sue previsioni per l’intero anno. Chevron (1% a 106,40 dollari) commesso alcuna negligenza in una fuoriuscita di petrolio si è verificato nel mese di novembre al largo della costa del Brasile, ha detto Giovedi un amministrative del Brasile i nemici per l’ambiente. Questo elemento può aiutare il gruppo pe t rolier nell’ambito del procedimento avviato contro di lui da un procuratore federale brasiliano.

eBay (-1,46% a 37,07 dollari) venderà la sua controllata Primedia a Rent.com.

Zynga (-2,22% a 13.45 dollari): gli azionisti, scarica circa 43 milioni di azioni, ha annunciato lo sviluppatore gioco online in una dichiarazione rilasciata Venerdì stock. Al prezzo di chiusura Giovedi, questo rappresenta 591 milioni dollari. Oracle (-0,24% a 28,56 dollari) ei suoi amministratori sono accusati da un azionista di aver tentato di trascinare in un processo che era stato portato da un ex dirigente, che ha portato alla transazione alta 200 milioni di dollari. Vedremo prossimamente quali saranno i risvolti che caratterizzeranno i mercati di tutto il mondo.

Fonte: http://www.lefigaro.fr

Italia: riforma del mercato del lavoro è sulla buona strada

Il governo di Mario Monti Venerdì adottata dal Consiglio dei Ministri ha delineato un piano per riformare il Codice del lavoro, contestato dalla CGIL, il più grande sindacato d’Italia. La mancanza di accordo con i sindacati più potenti italiani,, CGIL Mario Monti ha voluto far passare la sua riforma del codice del lavoro, che faciliterà i licenziamenti in Italia. E lo ha fatto il Venerdì, dopo un governo di incontro di cinque ore. “Il Consiglio dei ministri ha adottato (…) un disegno di legge di riforma del mercato del lavoro (…) con l’intenzione di creare una dinamica, flessibile, (…) può contribuire alla crescita e la creazione di posti di lavoro “, ha detto il governo.

Dopo aver presentato il testo ai sindacati moderati e datori di lavoro la notte di Giovedi, il primo ministro italiano ora farlo il più presto possibile il voto del Parlamento. Sarà presentato alla Camera dei Deputati come una legge semplice e non un decreto di emergenza. Ciò significa che il processo di adozione sarà estesa parlamentare e il voto finale non può verificarsi fino all’estate. Mario Monti gioca il suo tutto su questo attesissimo mediante la riforma dei mercati e la Banca centrale europea , ma molto controversa in Italia. La confederazione CGIL, che ha rifiutato di firmare il testo e ha lasciato il tavolo delle trattative, proclamato uno sciopero generale. Il Partito Democratico ha anche, per la prima volta, caratterizzata da Mario Monti, promettendo di combattere. Egli ha anche chiesto di modificare molte disposizioni. Nel modulo, Monti riforma mira a modernizzare un codice Italiana del Lavoro risale al 1970, accusato di trattenere ripartire la crescita. Nel merito, affronta due problemi principali in Italia: da un lato, quasi impossibili licenziamenti nelle grandi aziende, l’altro un crescente precarietà del lavoro, senza reti degne di questo nome. Per rompere questa dualità del mercato del lavoro – che si ritrova anche in Spagna – Mario Monti vuole facilitare i licenziamenti, offrendo la protezione sociale per molti lavoratori che sono privi, facilitando nel contempo l’occupazione giovanile.

Terminazione convenzionale

Socialmente, indennità di disoccupazione dovrebbe essere universale, secondo la proposta di riforma. Dureranno 12 mesi – 18 mesi per gli anziani – e raggiungerà 1.119 euro al mese, più di oggi. Il congedo di paternità dovrebbe essere introdotta in alcuni settori. E un fondo di sostegno per gli anziani disoccupati devono essere fatte. Per Stefano Libman, professore di diritto del lavoro presso l’Università Bocconi di Milano, questa riforma ha il merito di “la base per la protezione sociale per i milioni di lavoratori hanno ora accesso a una copertura sociale generalizzata”. Per aiutare l’occupazione giovanile, la riforma prevede la razionalizzazione delle tipologie di contratti. In quarantena, saranno ridotti a otto. L’apprendimento diventa il modello di contratto e durerà tre anni. “Nel breve termine, con la crisi, che porterà inevitabilmente a licenziamenti. Ma alla fine, questo creerà un lavoro stabile “, dice Stefano Libman. Blocchi in cui la riforma è sulla destra del licenziamento , incorniciato dall’articolo 18 del Codice del lavoro, che vieta il licenziamento “senza giusta causa”. In effetti, l’articolo 18 non bloccare una ventina di licenziamenti all’anno, ma nella mente divenne il simbolo della rigidità del mercato del lavoro italiano.

Fonte: http://www.lefigaro.fr

EFSF: l’area dell’euro divisa

La zona euro rimane diviso l’interesse di aumentare la sua Relief Fund contro la crisi del debito quando una decisione deve essere presa alla fine del mese, Germania e Finlandia, in particolare, trascinando i piedi a causa di la tregua dei mercati.

Questi dolori hanno cominciato a manifestarsi in una riunione oggi a una riunione informale dei leader europei organizzati dal governo finlandese in Lapponia. La Finlandia ha dichiarato che era almeno altrettanto limitato come la Germania sulla necessità di aumentare il “firewall” per la fragile finanziario dell’area dell’euro, nonostante i ripetuti appelli del Fondo Monetario Internazionale che ha lo scopo garantire che paesi come Italia e Spagna sarà permanentemente protetta . Consenso necessario , invece, un consenso della zona euro è necessario per andare avanti. E la questione deve essere decisa in una riunione dei ministri delle finanze dell’Unione monetaria a Copenaghen il 30 e 31 Marzo. “Siamo un po ‘scettico circa le dimensioni che dovrebbe avere il fondo sollievo”, ha detto il primo ministro finlandese Jyrki KATAINEN a margine della riunione di Sarriselkä (Nord). La questione è politicamente sensibile in Finlandia, dove l’assistenza agli Stati fragili, tra cui Grecia, solleva regolarmente polemiche. “Il firewall deve essere abbastanza alta ma non troppo alto in quanto ciò potrebbe minare la fiducia nel paese forte” nella finanza pubblica, come la Finlandia, uno dei soli quattro paesi della zona euro a ricevere il punteggio massimo “AAA” di Standard & Poor, ha avvertito Jyrki KATAINEN. Il problema è che il Fondo monetario internazionale, che tiene la sua riunione di primavera a metà aprile, in attesa che l’Unione monetaria a muoversi per primo. Solo allora, il Fondo monetario internazionale potrebbe aumentare le proprie risorse per sostenere l’area dell’euro. La Banca centrale europea e la Commissione sono sulla stessa linea. “La posizione della BCE è chiara, noi crediamo che, anche se la crisi (debito) si è abbassata un po ‘ora è necessario aumentare il firewall in modo che i nostri partner europei del G20 internazionale, anche fare una sforzo “, ha martellato in Finlandia uno dei suoi leader, il tedesco Jörg Asmussen. commissario degli Affari economici e monetari, Olli Rehn, chiamati a non “rilassarsi” e “per completare la risposta globale alla crisi rafforzando il firewall finanziaria dell’area dell’euro “. “Attualmente abbiamo una lieve recessione dell’economia europea”, ma le cose potrebbero cambiare ad esempio con la minaccia rappresentata dai prezzi del petrolio alle stelle, ha avvertito. Tutto ancora voglia di essere ottimista circa le possibilità di raggiungere un compromesso. tre opzioni , la Commissione ha messo sul tavolo tre possibili opzioni per il firewall, un funzionario della zona euro parlando in condizione di anonimato. Il primo, molto ambizioso, sarebbe quello di combinare la capacità teorica totale del Fondo sollievo corrente di prestito temporaneo (EFSF), 440 miliardi di euro, con quella del Fondo permanente che verrà attivato nel mese di luglio (MES), 500 miliardi di di euro. O 940 miliardi di euro in totale. “Questo è il meglio in termini di Commissione, ma ora è visto come irrealistico”, ha detto il funzionario. L’opzione bassa sarebbe quella di attenersi a 500 miliardi di euro di MY. E la terza soluzione intermedia potrebbe essere attraverso una combinazione di MES o con entrambi i 192 miliardi di prestiti già concessi o promessi dal EFSF – a quasi 700 miliardi di euro – o con la capacità di prestito della EFSF rimanente (circa 250 miliardi di euro) per circa 750 miliardi di euro; “E ‘in queste acque lì che si dovrebbe condurre” con un appuntamento clausola extra metà del 2013, ha detto il funzionario della zona euro. Leggi anche: “La Slovacchia respinge l’espansione della EFSF ” Italia e Spagna sotto pressione del mercato

Fonte: http://www.lefigaro.fr

UE approva gli attacchi contro le basi dei pirati somali a terra

L’Unione europea (UE) ha confermato l’estensione della sua missione Atalanta fino alla fine del 2014 e ha dato il via libera ad espandere la sua gamma, che permetterà truppe europee per attaccare le basi dei pirati sulla costa somala. Ministri degli Esteri del blocco ha ratificato il consenso raggiunto dai loro omologhi alla vigilia della Difesa, che ha esaminato lo stato dell’operazione. “Lo scopo dell’UE è permesso di attaccare gli impianti a terra dove c’è un assalto alle navi in mare, facendo molta attenzione, naturalmente, che ciò non si traduca in vittime civili “, ha detto oggi al suo arrivo in citato ministro degli Esteri spagnolo, Jose Manuel Garcia-Margallo. “A mio parere, la situazione precedente, quando viene attaccato, è venuto e ha fatto una foto da terra Trovo assolutamente inaccettabile”, ha detto poco prima dell’inizio della riunione. Garcia-Margallo difeso la “smantellamento degli impianti a terra” perché finora “, ciò che si produce è che (i pirati) è venuto, hanno attaccato, sono tornati ed entrò in una barriera, come si dice nelle bolle. E che, ovviamente, non può essere “.

Il documento approvato oggi dai ministri degli esteri anche estendere il mandato Atalanta fino al 2014, spiega la portata della missione comprende “il territorio costiero e nelle acque interne della Somalia” , dopo che il governo del paese ha acconsentito. Questo è dato il via libera per attaccare la politica contro i pirati su infrastrutture terrestri, paesi come la Francia e la Spagna hanno chiesto per mesi. La Germania era l’ultimo paese a sciogliere le sue riserve al provvedimento , dopo aver ricevuto assicurazioni che nessuna azione sarà più di due miglia dalla costa, ha detto una fonte diplomatica. Il Comitato politico e di sicurezza comune dell’UE, tuttavia, ha in programma la prossima settimana per decidere le nuove regole d’ingaggio per la missione e dettagli della nuova pianificazione. Una volta che tutti questi preparativi, il comandante della missione, Duncan Potts, ordine dal quartier generale di Northwood (Regno Unito) inizio dei primi attacchi sulle basi, che saranno principalmente dall’aria. Nel campo, il corrispondente comando della missione fino al prossimo aprile a ammiraglio spagnolo Jorge Manso, che è a bordo del “Sideshow”. Il diplomatico UE, Catherine Ashton, ha sottolineato l’importanza della missione e il “vero problema della pirateria” e ha difeso la necessità non solo di combattere i pirati, ma di fornire “alternativa” per giovani somali. Atalanta è stato lanciato nel dicembre 2008, data dalla quale ha arrestato 117 presunti pirati. Attualmente l’operazione ha circa 1.400 soldati e, secondo l’UE nel 2011 ha permesso l’aborto fino a 27 attacchi contro navi che solcavano l’Oceano Indiano. La Spagna ha schierato due navi nella zona, il “Sideshow” e “Infanta Elena” e un aereo di sorveglianza marittima.

Fonte: http://www.elmundo.es

Aree forti e aree deboli

Dentro questo processo, che mette in discussione le stesse forme del sapere, la specificità meridionale è un’accentuazione drammatica di questo rapporto all’interno del modello nazionale. La democrazia, dunque, è in discussione su tutto il fronte: sia nella dimensione tradizionale degli istituti della rappresentanza politica, sia nel suo significato più profondo di terreno e base — la moderna cittadinanza dei diritti sociali — della comunicazione fra uomini, aree geografiche, gruppi etnici; luogo di produzione dei valori e delle identità individuali e collettivi. Si introducono elementi nuovi di scissione nella coscienza dell’uomo; si introducono elementi di disgregazione sul terreno del consenso sociale giacché appare sempre più lontana la possibilità che la società nel suo complesso definisca direzioni di marcia per il governo complessivo dello sviluppo. Non solo; può accadere che di fronte al deperimento del rapporto fra occasioni di lavoro e chances di vita si produca una forma esasperata di rivendicazionismo corporativo. Si può innescare una conflittualità nuova tra domande sociali e amministrazione pubblica e Stato (richiesta di erogazioni di servizi, di assistenza, di salari garantiti, di salari minimi, di salari sociali), orientando sull’accesso al consumo, sulla erogazione di assistenza, la forza contestativa e dinamica che è rappresentata dai processi di autonomizzazione della coscienza.

Ecco, su questo terreno si apre una questione nuova. Un adattamento flessibile del processo produttivo a questa trasformazione delle coscienze individuali e sociali, del senso comune, infatti, può significare un governo politico dei nuclei forti dell’organizzazione produttiva (e di potere) e un’offerta di sussidie di assistenza diffusa a un livello basso. Su questa base si può anche avere una lunga fase di sopravvivenza esangue del modello dello Stato sociale, perché si può avere benissimo il ricompattamento dei nuclei forti per governare l’innovazione, e le risorse che sono necessarie, in un assetto centralizzato (per promuovere sempre più l’accelerazione del processo di innovazione tecnologica) e, sull’altro versante, la formazione di una società sempre più frantumata in cui la dispersione del lavoro fa deperire persino i luoghi fisici in cui ci si incontra con l’altro. Una estensione della logica dell’assistenza e del sussidio a un livello più basso, e quindi una forma di passività, può insomma coesistere a lungo con un governo centralizzato dei rapporti fra i soggetti forti dello Stato sociale.

Sul terreno politico e sul terreno sociale tutto ciò può avere effetti devastanti sia per la prospettiva di governo democratico dello sviluppo sia per la prospettiva di valorizzazione delle individualità e delle collettività intese in senso appunto sociale e storico. La questione che si pone è chiara: cosa significa più specificamente un processo di questa natura in una realtà che ha divari profondi tra nord e sud e tra aree forti e aree deboli?

Significa che le aree deboli diventano aree di pura assistenza, di puro sussidio e aree di consumo; significa che la riorganizzazione produttiva avviene sempre più ritagliando le zone nevralgiche e forti e creando attorno a esse una cintura di sicurezza, attraverso il consenso che si può ricavare governando le diseguaglianze nella distribuzione (e mantenendo una dinamica corporativa della società nella quale, attraverso una serie di microscambi, si contrattano privilegi per gruppi e aree geografiche).

Le Contrapposizioni democrazia-partecipazione (2°parte)

Analogamente, sul versante dell’economia e dello sviluppo la dichiarata divaricazione fra esigenze della ristrutturazione e esigenze dell’occupazione; la contraddizione fra esigenza della accumulazione-produttività e esigenza della sicurezza sociale e dell’« assistenza» a disoccupati, inoccupati, ecc., sembra indicare la fine di una intera fase in cui l’equazione fra sviluppo economico e diffusione del benessere è stata la base reale della crescita democratica. Inquietanti interrogativi si pongono su questo terreno: in che forme e in quali condizioni è compatibile una strategia di ristrutturazione industriale fondata sull’innovazione tecnologica con l’espansione della democrazia non solo politica, ma anche economica e sociale? Quale può essere oggi i l rapporto fra democrazia e sviluppo?

c) Insidie ancora più gravi alla democrazia, intesa come sovranità e autodeterminazione, derivano dal progressivo dislocarsi di poteri sempre più ampi e incisivi su terreni e sedi estranei 0 sottratti comunque all’influenza delle istituzioni democratiche. Penso, da un lato, ai problemi inediti che ha sollevato la questione dei missili e più in generale al problema del rapporto fra potere militare sovranazionale e diritto alla pace e alla vita. E , dall’altro, all’inestricabile groviglio dei cosiddetti poteri occulti, paralleli, criminali in cui si dibatte la nostra vita nazionale, dalla P2 alla mafia, in un’oscura continuità di violenza diffusa, sovversione e grande criminalità economica. Sono in gioco regole vitali della democrazia: l’indipendenza nazionale e la legalità dei poteri sovraindividuali.

d) Sullo sfondo di questo scenario gli effetti, ancora non chiari, dei processi mondiali di riorganizzazione (attorno al nuovo intreccio di scienza, tecnica e capitale) del cervello capitalistico; la nuova divisione internazionale del lavoro; i l declino dell’Europa e l’imperioso affermarsi d i una nuova egemonia dell’America del Pacifico. La grande novità di questa terza rivoluzione industriale sta appunto in questo rapporto nuovo con la scienza e la tecnica che l’uso capitalistico della scienza può imporre al processo produttivo creando nuove forme di dipendenza e di sfruttamento. All’interno di questo processo mondiale tutti i poteri vengono comunque rimessi in discussione, si stabiliscono equilibri nuovi, si dilata e si modifica la categoria dello scambio ineguale, si diffondono nuovi costumi e nuovi stili di vita. Non a caso c’è una forte ripresa dell’americanismo i n ogni campo. Tutto ciò, al di là di ciò che può rappresentare di positivo o di moderno, ha aspetti e valenze negativi che sono legati alla perdita progressiva di autonomia delle specificità nazionali. Non intese nel senso veteronazionalista, ma proprio nel senso moderno delle identità delle specificità produttive, culturali, sociali, politiche. Per fare solo un esempio, non c’è dubbio che lo stile di vita, i comportamenti dei giovani sono fortemente influenzati dalla cultura americana, ma lo sono anche i comportamenti politici e le ideologie sociali. In questo processo, l’intera questione nazionale italiana subisce una ridefinizione (è ovvio che attraverso i fenomeni culturali passa anche una subordinazione del modello produttivo).
Dentro questo scenario, anche la questione meridionale si ridefinisce: diventa una variante interna dei processi di ristrutturazione delle identità nazionali. Il sud ha un rapporto con il nord come le aree deboli e dipendenti lo hanno con le aree forti, e come si viene configurando il rapporto fra occidente capitalistico e Stati Uniti.

Le Contrapposizioni democrazia-partecipazione

Gli anni successivi seguono, tuttavia, il rapido declino di questa prospettiva e ben presto la vita della regione ripiomba in un clima di logorante mediazione. Certamente la cosiddetta politica delle intese alla regione siciliana meriterebbe un’analisi e un giudizio più articolato e più attento. Tuttavia già in questa sede il fallimento è in gran parte da addebitare allo scarto fra i l disegno politico che era consegnato in quei programmi e i processi reali che attraversava il paese e la Sicilia. Lo scarto fra gli apparati pubblici e parapubblici che costituiscono il sistema di potere e la società meridionale; scarto che tocca la natura stessa e la qualità dell’intervento nell’economia: un intervento, cioè, che non va oltre l’erogazione in danaro, in una situazione nella quale invece non sono tanto i capitali che mancano, ma le occasioni di impiego produttivo.

Non è un caso che anche sul piano nazionale i tentativi di rilanciare la programmazione e di riformulare un nuovo patto fra movimenti operaio e padronato/settori produttivi avanzati, fondato sull’austerità e i l rilancio degli investimenti e dell’occupazione,si scontreranno duramente con la realtà dei rapporti di forza fra i partiti politici, da un lato, e con i l logoramento ormai irrimediabile degli apparati pubblici per i l governo dell’economia che hanno funzionato negli anni della ricostruzione e dell’espansione, dall’altro. L’interrogativo della strategia del cambiamento investe ormai direttamente la forma della politica e i caratteri dell’intervento pubblico. La grande questione con cui le democrazie occidentali devono fare i conti all’inizio degli anni ottanta è la crisi dello Stato sociale, del suo modello produttivo, degli istituti che hanno consentito la convergenza della crescita economica con gli obiettivi di riforma, di miglioramento delle condizioni di vita e diffusione  del benessere dell’intero movimento operaio. Qual è la specificità di questa crisi nel Mezzogiorno e in Sicilia?

Quali punti nevralgici del vecchio equilibrio sono messi in discussione? Qual è la vera posta in gioco dello scarto in atto nel paese e nell’intero occidente? Non si può ragionare della Sicilia e del sud senza allargare i l ragionamento all’intero scenario e alle questioni generali che sono sul tappeto. In realtà, ancora una volta la Sicilia e i l Mezzogiorno si ritrovano all’appuntamento di un nuovo processo di modernizzazione che investe l’intero paese e che ripropone, sia pure in termini nuovi, il rapporto fra democrazia e modello di sviluppo, tra forma della politica e nuovi caratteri del processo economico.

La questione della democrazia — della sua crisi e del suo sviluppo — è aperta oggi in termini completamente nuovi in tutto l’occidente. Nella coscienza comune è diffusa la sensazione che siamo giunti a una soglia. Basta richiamare alcuni dei nodi attorno a cui ruotano molti dei problemi della nostra vita nazionale e che sono al centro dello scontro politico e sociale.

a) Tutta la discussione sulla cosiddetta governabilità allude a un problema di limitazione o espansione della democrazia; di funzionamento delle istituzioni rappresentative e degli apparati pubblici; di rapporto fra decisione e consenso. La stessa contrapposizione, artificiosa e mistificante, fra democrazia-partecipazione e decisione-efficienza denota un orientamento culturale e un disegno politico che tendono a offuscare la prospettiva democratica e l suo valore strategico.

I cambiamenti sociali nel sud

Credo non sia possibile riproporre la centralità della questione meridionale (se non nei termini vaghi e grossolani che si riscontrano nelle dichiarazioni ufficiali) senza un aggiornamento delle analisi dei processi che complessivamente hanno investito e investono questa parte dell’Italia dal dopoguerra a oggi. Senza di ciò è inevitabile cedere alle interpretazioni unilaterali e a forzature influenzate dai fatti di cronaca e dalle vicende più clamorose degli ultimi anni. Il traffico di droga, e l’illegalità di massa come l’abusivismo edilizio (sia pure con le dovute differenze). Ma penso anche alla diagnosi di quanti affermano che nel Mezzogiorno si avrebbe una sorta di Stato duale, con un vero e proprio Stato illegale che vive dentro lo Stato democratico. Adesso proviamo a capire quali sono state le principali trasformazioni sociali nel sud al fine di evidenziarne le tappe del suo processo evolutivo.

Credo non sia possibile riproporre la centralità della questione meridionale i(se non nei termini vaghi e grossolani che si riscontrano nelle dichiarazioni ufficiali) senza un aggiornamento delle analisi dei processi che complessivamente hanno investito e investono questa parte dell’Italia dal dopoguerra a oggi. Senza di ciò è inevitabile cedere alle interpretazioni unilaterali e a forzature influenzate dai fatti di cronaca e dalle vicende più clamorose degli ultimi anni. Penso ad esempio alla lettura di Donolo che, pur nel quadro di una visione complessivamente corretta, finisce col cogliere la specificità meridionale essenzialmente nella debolezza dell’apparato statale « che si è lasciato violentare di buon grado dalla violenza inizialmente solo sociale » (ad esempio la mafia siciliana classica) e nella diffusione della illegalità, che costituirebbero ormai un continuum tra i l crimine che si fa impresa, fondato sul traffico di droga, e l’illegalità di massa come l’abusivismo edilizio (sia pure con le dovute differenze). Ma penso anche alla diagnosi di quanti affermano che nel Mezzogiorno si avrebbe una sorta di Stato duale, con un vero e proprio Stato illegale che vive dentro lo Stato democratico.

Il rischio che si corre è quello di una lettura unilaterale troppo politico-istituzionale) del rapporto nord-sud in termini simili a quella che si formulò negli anni ’43-47, quando all’immagine tradizionale di un sud conservatore e reazionario (caratterizzalo ancora dal ribellismo arcaico e dal clientelismo notabiliare) contrapponeva il nord progressista e rivoluzionario che aveva scelto la repubblica e aveva votato per i partiti progressisti all’ as semblea costituente. Anche allora, come ha osservato giustamente Rosario Villari, nel giro di qualche tempo l’immagine risultava quasi completamente capovolta dai risultati delle elezioni regionali siciliane e dal forte movimento democratico delle campagne, e dal contestuale disorientamento dei gruppi dirigenti delle classi dominanti meridionali. In verità, anche allora era venuta a mancare un’analisi approfondita della composizione sociale e dei mutamenti intervenuti nelle strutture economiche e nella società nel corso del fascismo e della seconda guerra mondiale e si era rimasti fermi all’immagine oleografica di una società fatta di agrari reazionari, latifondisti, contadini poveri e braccianti disperati. Cosi oggi viene messo tra parentesi il rapporto fra i mutamenti sociali e i processi di modernizzazione che hanno progressivamente segnato il rapporto nord-sud, dando vita a un modello singolare di integrazione dipendente.

Poteri normativi e di gestione

Riuscire a coordinare in modo organico queste attività significa veramente programmare lo sviluppo e la costruzione di una nuova società. Parte degli insuccessi nei vari tentativi di programmazione che abbiamo finora conosciuti derivano dal fatto che, forse appunto impotenti ad assolvere questa funzione — si pensi all’anarchia del sistema bancario, — essi si sono ridotti, sulla base delle suggestioni e delle spinte spesso dei settori più retrivi del centralismo statale, a un’azione di contenimento delle attività e delle prerogative regionali. È possibile, in una dialettica democratica ravvicinata, alle spinte reali che provengono da processi di ristrutturazione produttiva, dall’evolversi di vecchi e nuovi centri di potere burocrati OD, dagli stessi interessi locali parassitari, contrapporre una riafr. c — sul piano culturale e politico conforme agli interessi sociali ed economici di progresso — del concetto stesso e della pratica dell’autonomia a tutti i livelli, a cominciare da quello regionale?

In secondo luogo, quale deve essere il ruolo della Cee nella costruzione di un’Europa nuova? Deve essere, come finora è stato, un tentativo di costruzione di una superburocrazia, tanto più aperta agli interessi speculativi e settoriali quanto più lontana dal controllo e dal giudizio dei consumatori, contribuenti e produttori interessati? E quindi, per forza di cose, limitata a settori tutto sommato secondari e arretrati dell’economia europea come l’agricoltura e la siderurgia? Oppure deve cimentarsi, attraverso forme meno burocratiche possibili, nell’ambito di un mercato meglio definito e persino meglio protetto, con compiti nuovi quali ad esempio la riduzione dell’orario di lavoro a 35 ore, lo sviluppo scientifico e tecnologico, il rafforzamento del sistema monetario europeo, la creazione di istituzioni che prevedano il trasferimento di risorse finanziarie e per lo sviluppo delle zone mediterranee e depresse della Comunità non affidate a sistemi insormontabili per le forze sane e facilmente superabili per i grandi interessi speculativi e mafiosi e cosi via? In terzo luogo, fino a quando deve durare il balletto dei rinvìi e delle proroghe della Cassa per il Mezzogiorno, che blocca ogni possibilità di sviluppo autonomo delle regioni meridionali?

O non si dovrà a un determinato momento dare voce alla protesta che contro i metodi della Cassa viene dal nord e dal sud anche attraverso l’arma di un referendum abrogativo? E in ultimo ma non per ultimo, qual è i l ruolo delle regioni nel disegno di riforma costituzionale nazionale di cui tanto si parla? Può, questo discorso, essere limitato al governo e al parlamento nazionale e non investire la terza struttura portante della democrazia italiana che è rappresentata dal sistema delle autonomie e in primo luogo dalle regioni? L’esclusione dal programma di lavoro della commissione Bozzi del problema delle autonomie regionali è pericoloso in quanto può far ritornare il discorso costituzionale italiano ai livelli precedenti gli anni settanta, quando alla norma scritta della costituzione relativa alle regioni si contrapponeva di fatto la volontà delle forze

politiche dominanti di non eseguire questo dettato costituzionale. Ora sembra che la riforma che da alcune parti viene auspicata dovrebbe consistere in un rafforzamento dei poteri anche normativi dell’esecutivo rispetto al legislativo, mentre le radici istituzionali — oltre quelle politiche — dell’attuale inadeguatezza dell’azione e legislativa e di governo vanno ricercate anche nella resistenza a trasferire effettivamente alle regioni poteri normativi e di gestione che, ancora accentrati su Roma — contro lo spirito della costituzione e degli statuti regionali — appesantiscono l’azione del governo e del parlamento da un lato e rendono asfittico il funzionamento delle istituzioni regionali dall’altro.

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