Aree forti e aree deboli

Dentro questo processo, che mette in discussione le stesse forme del sapere, la specificità meridionale è un’accentuazione drammatica di questo rapporto all’interno del modello nazionale. La democrazia, dunque, è in discussione su tutto il fronte: sia nella dimensione tradizionale degli istituti della rappresentanza politica, sia nel suo significato più profondo di terreno e base — la moderna cittadinanza dei diritti sociali — della comunicazione fra uomini, aree geografiche, gruppi etnici; luogo di produzione dei valori e delle identità individuali e collettivi. Si introducono elementi nuovi di scissione nella coscienza dell’uomo; si introducono elementi di disgregazione sul terreno del consenso sociale giacché appare sempre più lontana la possibilità che la società nel suo complesso definisca direzioni di marcia per il governo complessivo dello sviluppo. Non solo; può accadere che di fronte al deperimento del rapporto fra occasioni di lavoro e chances di vita si produca una forma esasperata di rivendicazionismo corporativo. Si può innescare una conflittualità nuova tra domande sociali e amministrazione pubblica e Stato (richiesta di erogazioni di servizi, di assistenza, di salari garantiti, di salari minimi, di salari sociali), orientando sull’accesso al consumo, sulla erogazione di assistenza, la forza contestativa e dinamica che è rappresentata dai processi di autonomizzazione della coscienza.

Ecco, su questo terreno si apre una questione nuova. Un adattamento flessibile del processo produttivo a questa trasformazione delle coscienze individuali e sociali, del senso comune, infatti, può significare un governo politico dei nuclei forti dell’organizzazione produttiva (e di potere) e un’offerta di sussidie di assistenza diffusa a un livello basso. Su questa base si può anche avere una lunga fase di sopravvivenza esangue del modello dello Stato sociale, perché si può avere benissimo il ricompattamento dei nuclei forti per governare l’innovazione, e le risorse che sono necessarie, in un assetto centralizzato (per promuovere sempre più l’accelerazione del processo di innovazione tecnologica) e, sull’altro versante, la formazione di una società sempre più frantumata in cui la dispersione del lavoro fa deperire persino i luoghi fisici in cui ci si incontra con l’altro. Una estensione della logica dell’assistenza e del sussidio a un livello più basso, e quindi una forma di passività, può insomma coesistere a lungo con un governo centralizzato dei rapporti fra i soggetti forti dello Stato sociale.

Sul terreno politico e sul terreno sociale tutto ciò può avere effetti devastanti sia per la prospettiva di governo democratico dello sviluppo sia per la prospettiva di valorizzazione delle individualità e delle collettività intese in senso appunto sociale e storico. La questione che si pone è chiara: cosa significa più specificamente un processo di questa natura in una realtà che ha divari profondi tra nord e sud e tra aree forti e aree deboli?

Significa che le aree deboli diventano aree di pura assistenza, di puro sussidio e aree di consumo; significa che la riorganizzazione produttiva avviene sempre più ritagliando le zone nevralgiche e forti e creando attorno a esse una cintura di sicurezza, attraverso il consenso che si può ricavare governando le diseguaglianze nella distribuzione (e mantenendo una dinamica corporativa della società nella quale, attraverso una serie di microscambi, si contrattano privilegi per gruppi e aree geografiche).

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