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I cambiamenti sociali nel sud

Credo non sia possibile riproporre la centralità della questione meridionale (se non nei termini vaghi e grossolani che si riscontrano nelle dichiarazioni ufficiali) senza un aggiornamento delle analisi dei processi che complessivamente hanno investito e investono questa parte dell’Italia dal dopoguerra a oggi. Senza di ciò è inevitabile cedere alle interpretazioni unilaterali e a forzature influenzate dai fatti di cronaca e dalle vicende più clamorose degli ultimi anni. Il traffico di droga, e l’illegalità di massa come l’abusivismo edilizio (sia pure con le dovute differenze). Ma penso anche alla diagnosi di quanti affermano che nel Mezzogiorno si avrebbe una sorta di Stato duale, con un vero e proprio Stato illegale che vive dentro lo Stato democratico. Adesso proviamo a capire quali sono state le principali trasformazioni sociali nel sud al fine di evidenziarne le tappe del suo processo evolutivo.

Credo non sia possibile riproporre la centralità della questione meridionale i(se non nei termini vaghi e grossolani che si riscontrano nelle dichiarazioni ufficiali) senza un aggiornamento delle analisi dei processi che complessivamente hanno investito e investono questa parte dell’Italia dal dopoguerra a oggi. Senza di ciò è inevitabile cedere alle interpretazioni unilaterali e a forzature influenzate dai fatti di cronaca e dalle vicende più clamorose degli ultimi anni. Penso ad esempio alla lettura di Donolo che, pur nel quadro di una visione complessivamente corretta, finisce col cogliere la specificità meridionale essenzialmente nella debolezza dell’apparato statale « che si è lasciato violentare di buon grado dalla violenza inizialmente solo sociale » (ad esempio la mafia siciliana classica) e nella diffusione della illegalità, che costituirebbero ormai un continuum tra i l crimine che si fa impresa, fondato sul traffico di droga, e l’illegalità di massa come l’abusivismo edilizio (sia pure con le dovute differenze). Ma penso anche alla diagnosi di quanti affermano che nel Mezzogiorno si avrebbe una sorta di Stato duale, con un vero e proprio Stato illegale che vive dentro lo Stato democratico.

Il rischio che si corre è quello di una lettura unilaterale troppo politico-istituzionale) del rapporto nord-sud in termini simili a quella che si formulò negli anni ’43-47, quando all’immagine tradizionale di un sud conservatore e reazionario (caratterizzalo ancora dal ribellismo arcaico e dal clientelismo notabiliare) contrapponeva il nord progressista e rivoluzionario che aveva scelto la repubblica e aveva votato per i partiti progressisti all’ as semblea costituente. Anche allora, come ha osservato giustamente Rosario Villari, nel giro di qualche tempo l’immagine risultava quasi completamente capovolta dai risultati delle elezioni regionali siciliane e dal forte movimento democratico delle campagne, e dal contestuale disorientamento dei gruppi dirigenti delle classi dominanti meridionali. In verità, anche allora era venuta a mancare un’analisi approfondita della composizione sociale e dei mutamenti intervenuti nelle strutture economiche e nella società nel corso del fascismo e della seconda guerra mondiale e si era rimasti fermi all’immagine oleografica di una società fatta di agrari reazionari, latifondisti, contadini poveri e braccianti disperati. Cosi oggi viene messo tra parentesi il rapporto fra i mutamenti sociali e i processi di modernizzazione che hanno progressivamente segnato il rapporto nord-sud, dando vita a un modello singolare di integrazione dipendente.

Poteri normativi e di gestione

Riuscire a coordinare in modo organico queste attività significa veramente programmare lo sviluppo e la costruzione di una nuova società. Parte degli insuccessi nei vari tentativi di programmazione che abbiamo finora conosciuti derivano dal fatto che, forse appunto impotenti ad assolvere questa funzione — si pensi all’anarchia del sistema bancario, — essi si sono ridotti, sulla base delle suggestioni e delle spinte spesso dei settori più retrivi del centralismo statale, a un’azione di contenimento delle attività e delle prerogative regionali. È possibile, in una dialettica democratica ravvicinata, alle spinte reali che provengono da processi di ristrutturazione produttiva, dall’evolversi di vecchi e nuovi centri di potere burocrati OD, dagli stessi interessi locali parassitari, contrapporre una riafr. c — sul piano culturale e politico conforme agli interessi sociali ed economici di progresso — del concetto stesso e della pratica dell’autonomia a tutti i livelli, a cominciare da quello regionale?

In secondo luogo, quale deve essere il ruolo della Cee nella costruzione di un’Europa nuova? Deve essere, come finora è stato, un tentativo di costruzione di una superburocrazia, tanto più aperta agli interessi speculativi e settoriali quanto più lontana dal controllo e dal giudizio dei consumatori, contribuenti e produttori interessati? E quindi, per forza di cose, limitata a settori tutto sommato secondari e arretrati dell’economia europea come l’agricoltura e la siderurgia? Oppure deve cimentarsi, attraverso forme meno burocratiche possibili, nell’ambito di un mercato meglio definito e persino meglio protetto, con compiti nuovi quali ad esempio la riduzione dell’orario di lavoro a 35 ore, lo sviluppo scientifico e tecnologico, il rafforzamento del sistema monetario europeo, la creazione di istituzioni che prevedano il trasferimento di risorse finanziarie e per lo sviluppo delle zone mediterranee e depresse della Comunità non affidate a sistemi insormontabili per le forze sane e facilmente superabili per i grandi interessi speculativi e mafiosi e cosi via? In terzo luogo, fino a quando deve durare il balletto dei rinvìi e delle proroghe della Cassa per il Mezzogiorno, che blocca ogni possibilità di sviluppo autonomo delle regioni meridionali?

O non si dovrà a un determinato momento dare voce alla protesta che contro i metodi della Cassa viene dal nord e dal sud anche attraverso l’arma di un referendum abrogativo? E in ultimo ma non per ultimo, qual è i l ruolo delle regioni nel disegno di riforma costituzionale nazionale di cui tanto si parla? Può, questo discorso, essere limitato al governo e al parlamento nazionale e non investire la terza struttura portante della democrazia italiana che è rappresentata dal sistema delle autonomie e in primo luogo dalle regioni? L’esclusione dal programma di lavoro della commissione Bozzi del problema delle autonomie regionali è pericoloso in quanto può far ritornare il discorso costituzionale italiano ai livelli precedenti gli anni settanta, quando alla norma scritta della costituzione relativa alle regioni si contrapponeva di fatto la volontà delle forze

politiche dominanti di non eseguire questo dettato costituzionale. Ora sembra che la riforma che da alcune parti viene auspicata dovrebbe consistere in un rafforzamento dei poteri anche normativi dell’esecutivo rispetto al legislativo, mentre le radici istituzionali — oltre quelle politiche — dell’attuale inadeguatezza dell’azione e legislativa e di governo vanno ricercate anche nella resistenza a trasferire effettivamente alle regioni poteri normativi e di gestione che, ancora accentrati su Roma — contro lo spirito della costituzione e degli statuti regionali — appesantiscono l’azione del governo e del parlamento da un lato e rendono asfittico il funzionamento delle istituzioni regionali dall’altro.

Onu e diritti fondamentali

Le Nazioni Unite quattro anni fa dichiararono che sarebbero state istituite inchieste e si sarebbero presi energici provvedimenti. In realtà l’indagine scivolo nell’ob1io e anche in quel caso 1’opinione pubblica rimosse tutto dalla propria memoria. Ma sarebbe un errore credere che questa situazione si presenti solo in Liberia, secondo Save the children gli stessi crimini sono perpetuati in Guinea, Sierra Leone, Eritrea, Etiopia,Angola e Mozambico, tutti Stati vittime di guerre intestine da molto tempo.  Bambine pagate dieci centesimi di euro per un rapporto sessuale, donne rimaste incinte (perché i rapporti avvengono rigorosamente senza l’uso del preservativo) e cacciate dai campi profughi per timore che rivelassero le violenze subite dai loro aguzzini, bambini costretti dai loro insegnanti ad avere rapporti in cambio della retta scolastica 0 di buoni voti. Abusi che riguardano oltre la metà dei bambini presenti nel campo, secondo le indagini dell’ Ong inglese.” Questo non può continuare,deve essere fermato— ha commentato la responsabile dell’ufficio di Londra di Save the children Jasmine Withbread gli uomini che usano le proprie posizioni di potere per sfruttare bambini vulnerabili devono essere denunciati e licenziati. Bisogna fare di più per aiutare i bambini e le loro famiglie, per di qualche botti-glietta di profumo.  E  Le Nazioni Unite quattro anni fa dichiararono che sarebbero state istituite inchieste e si sarebbero presi energici provvedimenti. In realtà l’indagine scivolo nell’ob1io e anche in questi caso l’opinione pubblica rimosse tutto dalla propria memoria.


Ma sarebbe un errore credere che questa situazione si presenti solo in Liberia, secondo Save the children gli stessi crimini sono perpetuati in Guinea, Sierra Leone, Eritrea, Etiopia, Angola e Mozarnbico, tutti Stati vittime di guerre intestine da molto tempo. Bambine pagate dieci centesimi di euro per un rapporto sessuale, donne rimaste incinte (perché i rapporti avvengono rigorosamente senza l’uso del preservativo) e cacciate dai campi profughi per timore che rivelassero le violenze subite dai loro aguzzini bambini costretti dai loro insegnanti ad avere rapporti in cambio della retta scolastica 0 di buoni voti. Abusi che riguardano oltre la meta dei bambini presenti nel campo, secondo le indagini dell’ Ong inglese.” Questo non può continuare,deve essere fermato— ha commentato la responsabile dell’ufiici0 di Londra di Save the children Jasmine Withbread — gli uomini che usano le proprie posizioni di potere per sfruttare bambini vulnerabili devono essere denunciati e licenziati. Bisogna fare di più per aiutare i bambini e le loro famiglie, perché vivano senza cadere in questo tipo di disperazione”. Tutto questo continua da tempo e c’e da scommettere che anche stavolta non verranno presi provvedi- menti seri e la situazione rimarrà la stessa. E’ ormai abitudine consolidata dell’opini0ne pubblica occidentale quella di ignorare volontariamente ciò che avviene in Africa. Nel 1994 in Rwanda, paese già dilaniato dalla guerra tra le etnie tutsi e hutu, vi fu un colpo di stato che porto alla morte di 800.000 rwandesi, di entrambe le etnie. L’Europa e gli Stati Uniti si voltarono dall’altra parte, lasciando che la guerra si estinguesse da sola. E lo stesso avviene da anni per i ventotto conflitti che stanno avendo luogo in tutto il continente africano, avvolti dal più totale disinteresse del nord del mondo.

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