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L’occupazione del sommerso (2°parte)

Le statistiche ufficiali quindi non offrono alcuna informazione sulle ULA a livello locale e per quanto concerne le 5 tipologie d i posizioni lavorative neanche a livello regionale. L’IRPET, avvertendo che tali carenze informative costituiscono un limite spesso invalicabile per coloro che si occupano d i economia regionale e locasi è impegnato nella produzione di stime volte ad allentare tale vincolo d i carenza informativa. Le stime ottenute presentano, rispetto alla precedente produzione IRPET, ne elementi d i rilevante novità: in p r i m o luogo, essendo partiti dal basso (stile bottom-up) e avendo utilizzato per quanto possibile la procedura della contabilità nazionale, le stime a livello locale acquistano un carattere di solita ed i affidabilità prima non possibili; i n secondo luogo, per l a prima volto assoluto, si rendono disponibili a livello regionale e anche a livello di informazioni sulle 5 tipologie di ULA .

.a metodologia utilizzata dal TRPET ,a procedura I R P E T si basa per quanto possibile su quella seguita dall’

ISTAT per l a stima delle U L A a livello regionale (ISTAT, 1991). In estrema sintesi, quest’ultima consiste in una stima a u n anno base per i l quale si dispone del maggior dettaglio informativo, tipicamente l’anno dei censimenti, e sull’impiego di opportuni i n d i c i derivati da altre informazioni (IFL in particolare) per proiettare tali stime agli anni successivi. Nei punti che seguono si descrive per sommi capi la procedura adottata dall’IRPET (per maggiori riferimenti si vedano Cipollini 2000a, 2000b, 2000c).

1. Armonizzazione delle fonti statistiche principali: riguarda i l tentativo di rendere i l CP i l più possibile omogeneo al C IS i n quanto a copertura e criteri di classificazione. In particolare riguardo a. Riclassificazione degli occupati CP in base al comune di lavoro: per rendere omogenea l’imputazione territoriale dei dati C P c on quelli CIS, g l i occupati CP sono riclassificati per comune di lavoro. Agli occupati C P sono inoltre aggiunti quelli classificati come “senza luogo fisso d i lavoro”, assegnati al comune di residenza, e i pendolari che risiedono in altre regioni ma che lavorano in Toscana.

b . Correzione ateco CP inesistenti: una quota non trascurabile (8,4%) degli occupati del CP sono classificati con ateco 5 cifre inesistenti; dal momento che risalendo nel dettaglio settoriale l’insieme degli errori diventa trascurabile, le ateco inesistenti sono corrette riattribuendole all’interno della classe ateco esistente immediatamente superiore proporzionalmente alle ateco esistenti in tale classe.

le. Controllo dei militari delle FFAA e dei lavoratori domestici: queste due categorie di lavoratori non sono rilevate dal CIS, aspetto che deve essere opportunamente tenuto d i conto per i passi successivi; pertanto i corrispondenti occupati del C P sono stati identificati e verificati in merito alla compatibilità fra lo status lavorativo indicato e i l tipo di attività economica svolta.

2. Correzione attività economiche CP col metodo delle filiere: al termine dei tre passi sopra indicati, C P e CIS sono fra loro armonizzati m a non ancora del tutto confrontabili. Gli scarti che si registrano i n ogni luogo a livello di singola classe ateco sono così consistenti che è evidente che le discrepanze non derivano solo dal diverso modo di registrare i l lavoro ma anche dall’esistenza di errori d i classificazione nelle ateco.

L’occupazione del sommerso

L’occupazione che in tal caso si registra è solo quella prevalente denunciata per i componenti della stessa. Pertanto sono esclusi dal computo sia gli stranieri non residenti sia i doppi lavori mentre è più probabile l a registrazionedi lavori d i tipo informale o temporanei (che sfiorano l’area del sommerso non riconosciuto dai rispondenti), s ia perché minore è l’interesse o l a volontà di elusione, sia perché sono previsti appositi quesiti di controllo. I limiti di tali fonti, almeno dal punto d i vista che qui interessa, sono quindi rappresentati principalmente dalla mancata considerazione degli stranieri n o n residenti e delle posizioni lavorative plurime. Nel caso invece delle fonti dal lato imprese, i n particolare i l Censimento dell’Industria e Servizi, CIS (il Censimento dell’Agricoltura, CA, presenta particolarità che lo pongono ai l i m i t i delle due tipologie di fonti), l’unità di rilevazione è l’impresa/unità locale e l’occupazione registrata è quella iscritta a libropaga.

Si tratta dunque d i rilevazioni che si limitano alla sola area del lavoro regolare e delle attività plurime d i chi è titolare, presso unità produttive diverse, di più posizioni lavorative (come dipendente ma soprattutto come indipendente). In questo caso i l limite più grave è rappresentato dalla riconoscibilità/individuazione della sede dell’attività produttiva, cosicché sfuggono tutte quelle attività molto informali che non hanno u n riferimento localizzativo preciso e distinguibile (lavoratori a domicilio, i n conto/terzi, intermediari, rappresentanti, lavoratori i n nero) e che, con riferimento alla nostra regione, comportano anche una forte sottovalutazione del lavoro di alcune comunità di stranieri. CP e CIS costituiscono le due fonti informative d i base per l a stima ISTAT delle ULA. L a citata differente natura delle fonti statistiche considerate non è tuttavia necessariamente un limite, anzi, gli aspetti di complementarietà legati a i diversi obiettivi conoscitivi sopra indicati permettono, una volta corrette le discrepanze strutturali fra le due rilevazioni, di valutare i n modo distinto segmenti occupazionali diversi. Ovviamente queste fonti non esauriscono la gamma di quelle necessarie per procedere alla stima desiderata, sia perché alcuni segmenti occupazionali (particolari categorie di doppi lavori, stranieri, non occupati con ore lavorate, lavoratori agricoli ecc.) richiedono l’utilizzo di ulteriori fonti informative, sia perché anche le fonti censuarie devono essere verificate e controllate. Inoltre, poiché sia CP sia CIS sono a carattere censuario e quindi disponibili solo per particolari anni, altre Fonti, I F L i n particolare, devono essere utilizzate per poter aggiornale le U LA agli anni i n cui n o n si svolgono i censimenti.

La produzione ISTAT e le esigenze IRPET

LISTA I produce stime delle ULA relativamente all’input d i lavoro dell’ecoìomia italiana a livello macro. Facendo per adesso riferimento a l recente passato (come anticipato, l’Istituto ha recentemente rivisto la metodologia di calcolo delle ULA e con esso anche i dati pubblicati; d i questo parleremo più in avanti), i l dettaglio con cui l’ISTAT comunica i propri risultati è il seguente:

il livello nazionale pubblica le ULA c on 37 branche di dettaglio settoriale e con la distinzione per dipendenti e indipendenti nelle categorie: regolari, irregolari, doppi lavori, non dichiarati, stranieri non residenti; a livello regionali l dettaglio settoriale è minore (17 branche) e viene mantenuta la sola istinzione fra dipendenti e indipendenti.

Il lavoro nero in Toscana (2°parte)

Si tratta di questioni di grosso impatto nell’ambito della problematica in oggetto. Alcune di queste sono risolte, tutte o in parte, in ambito SEC (punti 1 e 3); le altre sono rimandate a coloro che devono materialmente misurare l’input di lavoro, in primis gli Istituti Nazionali di Statistica che si occupano in particolare della stima macro di tale input.

Ovviamente nel caso in cui si vogliano ottenere misure micro, cioè per livelli territoriali più disaggregati, i problemi si complicano. Sia perché le fonti devono essere più specifiche; sia perché piccoli istituti o enti interessati a misure a livello locale spesso non hanno le risorse degli Istituti Nazionali di Statistica. Infine, come il mondo del lavoro si evolve, anche definizioni e criteri di calcolo degli aggregati d’interesse devono essere periodicamente aggiornati per poter tenere il passo con la realtà, e questo introduce ulteriori complicazioni sia per quanto riguarda la confrontabilità nel tempo sia per la necessità di mutare o abbandonare schemi consolidati.

Allo stato attuale tutte le questioni citate assumono un ruolo decisivo. La fase macro della stima dell’input di lavoro è in Italia di competenza ISTAT, i l quale produce stime a livello nazionale e regionale, anche se con un dettaglio informativo non sempre sufficiente alle esigenze conoscitive che di volta in volta si pongono. L’IRPET, nel tentativo di produrre stime a livello locale deve ovviamente far fronte anche alle specificità micro, sopra menzionate, della questione, pur disponendo dell’importante riferimento costituito dalle le stime macro ufficiali. Infine l a contingente fase di revisione del calcolo degli aggregati di CN in conseguenza del nuovo SEC95 aggiunge ulteriori complicazioni, costringendo ad aggiornare anche pesantemente i risultati precedentemente ottenuti.

L’input di lavoro

Come unità d i misura standardizzata dell’input d i lavoro, l’ISTAT utilizza il concetto di unità di lavoro equivalente a tempo pieno (ULA). In pratica ogni rapporto di lavoro esplicito o implicito, detto posizione lavorativa (PL), viene riportato a U L A usando come termine di paragone l’impegno di lavoro degli occupati che lavorano a tempo pieno. Ovviamente tale quantità è legata alle ore lavorate, che infatti sarebbe l’unità di misura più opportuna per misurare l’input d i lavoro di u n certo sistema. Tuttavia le notevoli difficoltà tecniche connesse alla misura d i tale quantità hanno portato a considerare l ‘ ULA come unità di misura standardizzata. Le fonti statistiche sul lavoro pur essendo sufficientemente numerose non sempre risultano fra loro omogenee. D i conseguenza la loro confrontabilità non è sempre immediata e la loro utilizzabilità è subordinata a una attenta analisi del contenuto informativo. Relativamente a tale contenuto uno degli aspetti decisivi è rappresentato dalle finalità della raccolta dei dati: ad esempio, ben diverso è l’obiettivo nel caso i n c u i si intenda conoscere i caratteri della popolazione, da quello mirato a valutare le caratteristiche della struttura produttiva. Pertanto fonti statistiche con obiettivi conoscitivi diversi colgono aspetti del lavoro diversi. Nelle fonti dal lato famiglie (Censimento della Popolazione, CP, e Indagine sulle Forze di Lavoro, IFL) l’unità d i rilevazione sono le famiglie (residenti).

Il lavoro nero in Toscana

Conoscere come, a partire dalle nuove definizioni elaborate dall’ISTAT, il fenomeno del lavoro sommerso caratterizza le realtà territoriali così profondamente diverse i l nostro paese, rappresenta un passo di imprescindibile importanza per arrivare a chiarire anche le dinamiche che stanno alla base di tale fenomeno. Come abbiamo più volte ricordato, così come non è possibile parlare di lavoro sommerso senza tener conto che questa etichetta ricomprende tipologie lavorative differenti, sia sul piano delle caratteristiche sia delle implicazioni sociali economiche e politiche, allo stesso tempo è necessario ricordare come la fenomenologia del sommerso, genericamente inteso, si declina in modo diverso a seconda delle specificità territoriali analizzate. La letteratura prodotta su questo tema ci ha ampiamente mostrato come il lavoro e l’economia sommersa assumano una diversa rilevanza, e non solo sul piano quantitativo, nelle differenti zone del nostro paese (Castelluci, Bovi 2000). Allo stesso tempo è a livello regionale e subregionale che un’analisi di questo fenomeno può assumere pregnanza. Per quanto riguarda la Toscana, nel corso degli ultimissimi anni si è assistito a uno sforzo sia di carattere pontico amministrativo sia investigativo volto al raggiungimento di questo obiettivo. Il tentativo fatto dall’IRPET (IRPET 1999), successivamente ripreso e commentato da altri ricercatori (ORML in corso di stampa), di applicare a livello regionale i metodi di stima dell’ISTAT relativi alla contabilità nazionale rappresenta senza dubbio i l risultato più convincente e innovativo per quanto riguarda la misurazione del lavoro sommerso in Toscana.

Nel testo seguente in riquadro, presentiamo in maniera sintetica la procedura di stima da noi utilizzata e contenuta più dettagliatamente nel saggio di Cipollini (Cipollini 2000). La misura dell’input di lavoro di un dato sistema economico, oltre a essere di estremo interesse già in sé, rappresenta uno degli elementi cardine degli schemi di Contabilità Nazionale (CN), in particolare per quanto riguarda la valutazione del prodotto di tale sistema. D’altra parte tale misurazione rappresenta un problema tutt’altro che banale. Già considerazioni puramente qualitative fanno comprendere che l’eterogeneità degli aspetti comportamentali, sociologici, legislativi e anche tecnologici producono una realtà lavorativa e produttiva fortemente differenziata e in continua evoluzione, nella quale a fianco di situazioni consolidate e stereotipate altre ne nascono e ne muoiono in continuazione, spesso con caratteristiche scarsamente assimilabili alle precedenti. Quando poi si passa alla misurazione quantitativa dell’input di lavoro le questioni da risolvere, sia teoriche sia pratiche, sono molteplici e di diversa natura. Per citarne alcune:

1. Quali attività possono essere considerate lavoro? Per essere più concreti, le attività informali, le autoproduzioni domestiche, le attività sommerse, le attività illegali devono essere incluse nella valutazione dell’input di lavoro?

2. Come è possibile ottenere una valutazione esaustiva dell’input di lavoro, cogliendo anche posizioni marginali, sommerse o addirittura di lavoratori clandestini che per definizione sono difficili da misurare?

3. Come si possono equiparare persone che svolgono quantità diverse di lavoro (ad esempio tempo pieno contro tempo parziale, o con più di un rapporto di lavoro o con periodi di CIG)?

4. Quali fonti informative utilizzare per misurare l’input di lavoro, sia questo regolare sia sommerso?

5. Come estrarre da tali fonti la misure cercate?

6. Come aggiornare nel tempo tali valutazioni?

Lavoro irregolare a metà anni ’90 in Italia

Una più dettagliata ricostruzione della presenza di lavoro non regolare alla data più ravvicinata, 1997, ci dice che in questo anno le unità di lavoro ammontano a 22.558.000 di cui 19.130.000 regolari e 3.428.000 non regolari: il lavoro sommerso rappresentava, dunque, il 15,2% dell’input complessivo di lavoro nel paese. Il lavoro non regolare si concentra prevalentemente nella componente dipendente dell’occupazione che ne assorbe l’83%; come si è detto questa stessa componente presenta un tasso di non regolarità superiore a quello registrato per gli indipendenti (18,1% rispetto a 8,6%). Per quanto riguarda la distribuzione settoriale il lavoro non regolare è, in termini assoluti, prevalentemente impiegato nei servizi. Il commercio, pubblici esercizi, trasporti e comunicazioni impiega 1.117.000 unità di lavoro non regolari corrispondenti a un terzo dell’intera componente non regolare; se si aggiungono le altre attività terziarie (credito, assicurazioni, servizi alle imprese e altri servizi) si raggiungono 2.442 mila unità che rappresentano i l 71% del totale del lavoro non regolare.

Ciò vale sia per la componente dipendente sia per la componente indipendente: la prima occupa in questo settore 2.060 mila unità (pari al 71,5% delle unità dipendenti non regolari complessive); la seconda ne occupa 383.000 (pari al 65,1% delle unità indipendenti non regolari complessive).

Il più elevato tasso di non regolarità è stato registrato nel settore agricolo. Nel 1997 esso è risultato pari al 29,2%, a fronte del 14,2% stimato per i settori extragricoli: in particolare, esso è risultato pari al 5,9% nell’industria in senso stretto e al 16,9% per i servizi. Il contributo della componente non regolare nel settore agricolo emerge con particolare forza per quanto riguarda i dipendenti: il tasso di non regolarità è infatti pari al 55,4% (rispetto a un tasso medio per i settori extra-agricoli pari al 16,7%). Con riferimento agli indipendenti, invece, i l tasso di non regolarità risulta più elevato nel settore degli altri servizi, essendo stimato pari al 20,8%. Per quanto riguarda la composizione interna dell’occupazione non regolare, la maggior parte di tali posizioni è relativa a condizioni di irregolarità e di non dichiarato, il restante 40% del lavoro non regolare complessivo è costituito da stranieri clandestini e da posizioni lavorative plurime non regolari (rispettivamente il 16% e i l 24%): in particolare, gli stranieri clandestini ammontano a 552.000 unità, mentre le ULA dovute a posizioni plurime non regolari ammontano a 832.000. Gli stranieri clandestini sono per definizione interamente registrati nell’ambito dell’occupazione dipendente. Essi costituiscono il 3,5% dell’occupazione dipendente totale e il 19,4% del lavoro dipendente non regolare. Il settore agricolo presenta la più elevata incidenza di tale segmento dell’occupazione rispetto

all’occupazione dipendente totale. In particolare, gli stranieri clandestini ammontano a 77.000 unità e rappresentano, quindi, il 14% dell’input totale di lavoro dipendente in agricoltura.

Nei settori extra-agricoli, l’incidenza della componente straniera sull’occupazione dipendente totale è mediamente pari al 3,1% ed è prevalentemente concentrata nel settore del commercio, pubblici esercizi, trasporti e comunicazioni e nel settore degli altri servizi (che impiegano rispettivamente 198.000e 185.000 unità, pari rispettivamente al 35,9% e al 33,5% del totale degli stranieri). Le posizioni lavorative plurime non regolari rappresentano il 3,7% dell’input di lavoro dell’intera economia e i l 24,3% dell’occupazione non regolare complessiva. Relativamente ai dipendenti, le ULA da posizioni plurime non regolari, stimate pari a 622.000 unità, rappresentano i l 4% dell’occupazione totale e il 21,9% dell’occupazione non regolare; nel caso degli indipendenti, infine, sono state stimate 210.000 ULA relative a posizioni plurime non regolari: il peso di tali unità sull’occupazione indipendente totale è pari al 3,1% mentre il peso della stessa componente sull’occupazione indipendente non regolare è pari al 35,7%. Il settore in cui si osserva la maggiore incidenza di ULA derivanti da posizioni plurime non regolari è quello del commercio, pubblici esercizi, trasporti e comunicazioni; il loro peso sulla quantità di lavoro complessiva utilizzata dal settore è del 9,5% e del 12% per la componente dei dipendenti. Questo stesso settore assorbe, peraltro, i l 67,4% delle ULA derivanti da posizioni plurime non regolari complessive.

Vecchie e nuove stime del sommerso (2°parte)

Se l’adozione di nuovi criteri (passaggio dalla vecchia alla nuova serie) consente in parte di ovviare a tale problema (come abbiamo visto i l sommerso totale diminuisce di quasi 4 punti percentuali) è soltanto grazie alle possibilità di isolare la componente di sommerso statistico che riusciamo ad avere una stima attendibile dell’entità che i l lavoro indipendente non regolare assume nel nostro paese.

I dati riportati nella tabella 5.2 ci consentono di andare ancora più in profondità nella nostra analisi mettendo in evidenza le varie componenti del lavoro. Qui vengono riportati i dati relativi alla nuova serie per quanto riguarda i l sommerso totale e i l solo sommerso economico; la variazione percentuale tra i due ci coniosente di ottenere una stima del sommerso statistico per ogni componente dell’economia non osservata. Per quanto riguarda i l totale a livello aggregato vediamo che la quota di sommerso statistico risulta pari al 29,1%. È tuttavia tra gli indipendenti che, coerentemente con quanto precedentemente detto, l’irregolarità risulta particolarmente elevata (53,3%). Se guardiamo alle singole componenti vediamo che è tra le posizioni di lavoro plurime, soprattutto indipendenti, che il sommerso statistico risulta più elevato (84%).

E questo un aspetto che trova facile spiegazioni nella natura stessa dei doppi lavori, occasioni di impiego saltuario e spesso destrutturato che non solo sfuggono con maggiore facilità alle maglie della rilevazione statistica, ma che ancora più spesso trovano un difficile riconoscimento come lavoro vero e proprio da parte degli stessi soggetti interessati. È per motivi analoghi che la riduzione imputabile al sommerso statistico va a incidere in modo maggiore sul lavoro indipendente anche per quanto riguarda il lavoro irregolare in senso stretto e il non dichiarato. Adesso vediamo insieme quali sono gli elementi di valutazione sulla dinamica delle attività non regolari in Italia. Nella relazione citata (Calzaroni 2000) sono fornite anche informazioni sulla evoluzione delle unità di lavoro, distintamente nelle componenti regolari e non, e secondo la posizione e il settore di attività economica. Questo ci consente un elemento di giudizio sui cambiamenti intervenuti nel corso dell’ultimo decennio espressi da Calzaroni. L’analisi dell’andamento delle unità di lavoro nel periodo 1992/97 mostra come, nel complesso, le unità di lavoro siano diminuite del 5,9% tra i l 1992 e i l 1997. La diminuzione ha interessato essenzialmente la componente regolare dell’occupazione: tra il 1992 e il 1997 le unità di lavoro regolari sono diminuite del 5,9%, passando da 20.320.000 nel 1992 a 19.130.000 nel 1997.

Tale perdita è stata bilanciata da una dinamica positiva del lavoro non regolare anche nel periodo recessivo: le unità di lavoro non regolari sono passate da 3.137.000 nel 1992 a 3.428.000 nel 1997 (+9,3%). L’andamento contrapposto della componente regolare e di quella non regolare dell’occupazione ha determinato, nel periodo in esame, un incremento del tasso di non regolarità, passato dal 13,4% del 1992 al 15,2% del 1997. L’analisi ripetuta per le ULA dipendenti conferma, e con maggiore forza, questa differente evoluzione dei due segmenti di occupazione. Le ULA non regolari dipendenti sono passate da 2.576.000 nel 1992 a 2.840.000 nel 1997 (+10,2%) mentre le ULA regolari dipendenti hanno subito una riduzione pari a -5,2%: i l tasso di non regolarità per i dipendenti è passato, conseguentemente, dal 15,9% nel 1992 al 18,1% nel 1997.

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