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Welfare e contracting-out: un sistema basato sui meriti dei fornitori privati

Il passaggio verso un’aperta competizione per la fornitura di servizi rivolti ad una domanda privata parzialmente o totalmente solvente, eviterebbe infatti che una politica di contenimento della spesa sociale pubblica si traduca inevitabilmente nella riduzione del l’offerta complessiva di servizi (o nel deterioramento della loro qualità)

(Le Grand, Robinson, 1984). E tuttavia altrettanto riconosciuto che l’apertura di nuovi mercati privati dei servizi sociali non costituirebbe una soluzione di per sé sufficiente a compensare la riduzione o la mancata crescita dell’intervento pubblico. Le maggiori perplessità riguardano i possibili effetti redistributivi negativi di questa strategia. Il passaggio da un regime di partnership, in cui l a gestione privata dei servizi è finanziata tramite denaro pubblico, ad un sistema fondato sulla capacità dei fornitori privati (siano essi nonprofit o a scopo di lucro) di raccogliere una congrua parte delle loro risorse finanziarie direttamente sul mercato privato dei servizi, sembra comportare infatti i l progressivo abbandono dei servizi rivolti ai gruppi sociali più svantaggiati, a favore di categorie di utenti provvisti di maggiore solvibilità.

Il caso americano offre alcune indicazioni a questo proposito: come infatti mostra Salamon (1993), l’obiettivo prioritario della ricerca di finanziamenti alternativi a quelli statali ha spinto molte organizzazioni nonprofit ad abbandonare la fornitura d i servizi d i tipo assistenziale – rivolti alle fasce più deboli ed insolventi – a favore di interventi rivolti ad una clientela dotata di maggiore potere d’acquisto. Una seconda conseguenza problematica consiste nel fatto che una privatizzazione guidata dalla domanda introdurrebbe profonde modificazioni anche nel sistema d’offerta. In particolare essa sembra modificare in profondità le linee di comportamento assunte dalla maggioranza dei fornitori privati di servizi sociali attualmente esistenti, costituiti da organizzazioni non-profit. Una politica d i demand-driven privatization richiede infatti che vengano aboliti i vincoli regolativi e finanziari che in molti paesi sbarrano l’ingresso nei mercati dei servizi sociali a fornitori privati mossi da finalità di profitto. Anche la concessione di agevolazioni fiscali alle organizzazioni nonprofit può essere messa in discussione in questa prospettiva, nella misura i n cui si ritiene che essa crei una situazione di concorrenza sleale nei confronti delle imprese lucrative. La progressiva commercializzazione cui le organizzazioni non profit verrebbero spinte dall’apertura di un mercato privato dei servizi potrebbe così facilmente deprimere la loro vocazione ad occuparsi delle fasce sociali più deboli, tradizionalmente ai margini anche del sistema pubblico di assistenza. L’esperienza americana mostra i n effetti come l’aumento dei proventi derivanti dalla vendita di servizi abbia coinciso in molte organizzazioni nonprofit con una maggiore influenza acquisita

dal management sia sul personale professionale che sui volon tari, e con l’adozione di vasti programmi di ristrutturazione interna che privilegiano l’efficienza e la standardizzazione delle attività. A sua volta i l sistema pubblico dei servizi, una volta confinato all’erogazione di prestazioni di base rivolte in larga parte alla popolazione marginale, rischia di assumere un ruolo sempre più residuale, sia sul piano finanziario che su quello delle professionalità utilizzate.

In generale, dunque, il modello della privatizzazione guidata dalla domanda presuppone una profonda revisione dell’assetto organizzativo dei sistemi attuali di welfare, una riduzione o quantomeno un blocco al livello attuale dell’intervento pubblico, nonché l’ingresso nel campo dei servizi sociali di quote massicce di fornitori privati mossi da intenti lucrativi. Il presupposto ideologico che giustifica questa rivoluzione organizzativa riguarda le virtù attribuite alla capacità di scelta del cittadino, una volta messo nella condizione di poter discriminare liberamente tra una pluralità di fornitori privati.

Aree forti e aree deboli

Dentro questo processo, che mette in discussione le stesse forme del sapere, la specificità meridionale è un’accentuazione drammatica di questo rapporto all’interno del modello nazionale. La democrazia, dunque, è in discussione su tutto il fronte: sia nella dimensione tradizionale degli istituti della rappresentanza politica, sia nel suo significato più profondo di terreno e base — la moderna cittadinanza dei diritti sociali — della comunicazione fra uomini, aree geografiche, gruppi etnici; luogo di produzione dei valori e delle identità individuali e collettivi. Si introducono elementi nuovi di scissione nella coscienza dell’uomo; si introducono elementi di disgregazione sul terreno del consenso sociale giacché appare sempre più lontana la possibilità che la società nel suo complesso definisca direzioni di marcia per il governo complessivo dello sviluppo. Non solo; può accadere che di fronte al deperimento del rapporto fra occasioni di lavoro e chances di vita si produca una forma esasperata di rivendicazionismo corporativo. Si può innescare una conflittualità nuova tra domande sociali e amministrazione pubblica e Stato (richiesta di erogazioni di servizi, di assistenza, di salari garantiti, di salari minimi, di salari sociali), orientando sull’accesso al consumo, sulla erogazione di assistenza, la forza contestativa e dinamica che è rappresentata dai processi di autonomizzazione della coscienza.

Ecco, su questo terreno si apre una questione nuova. Un adattamento flessibile del processo produttivo a questa trasformazione delle coscienze individuali e sociali, del senso comune, infatti, può significare un governo politico dei nuclei forti dell’organizzazione produttiva (e di potere) e un’offerta di sussidie di assistenza diffusa a un livello basso. Su questa base si può anche avere una lunga fase di sopravvivenza esangue del modello dello Stato sociale, perché si può avere benissimo il ricompattamento dei nuclei forti per governare l’innovazione, e le risorse che sono necessarie, in un assetto centralizzato (per promuovere sempre più l’accelerazione del processo di innovazione tecnologica) e, sull’altro versante, la formazione di una società sempre più frantumata in cui la dispersione del lavoro fa deperire persino i luoghi fisici in cui ci si incontra con l’altro. Una estensione della logica dell’assistenza e del sussidio a un livello più basso, e quindi una forma di passività, può insomma coesistere a lungo con un governo centralizzato dei rapporti fra i soggetti forti dello Stato sociale.

Sul terreno politico e sul terreno sociale tutto ciò può avere effetti devastanti sia per la prospettiva di governo democratico dello sviluppo sia per la prospettiva di valorizzazione delle individualità e delle collettività intese in senso appunto sociale e storico. La questione che si pone è chiara: cosa significa più specificamente un processo di questa natura in una realtà che ha divari profondi tra nord e sud e tra aree forti e aree deboli?

Significa che le aree deboli diventano aree di pura assistenza, di puro sussidio e aree di consumo; significa che la riorganizzazione produttiva avviene sempre più ritagliando le zone nevralgiche e forti e creando attorno a esse una cintura di sicurezza, attraverso il consenso che si può ricavare governando le diseguaglianze nella distribuzione (e mantenendo una dinamica corporativa della società nella quale, attraverso una serie di microscambi, si contrattano privilegi per gruppi e aree geografiche).

Le Contrapposizioni democrazia-partecipazione

Gli anni successivi seguono, tuttavia, il rapido declino di questa prospettiva e ben presto la vita della regione ripiomba in un clima di logorante mediazione. Certamente la cosiddetta politica delle intese alla regione siciliana meriterebbe un’analisi e un giudizio più articolato e più attento. Tuttavia già in questa sede il fallimento è in gran parte da addebitare allo scarto fra i l disegno politico che era consegnato in quei programmi e i processi reali che attraversava il paese e la Sicilia. Lo scarto fra gli apparati pubblici e parapubblici che costituiscono il sistema di potere e la società meridionale; scarto che tocca la natura stessa e la qualità dell’intervento nell’economia: un intervento, cioè, che non va oltre l’erogazione in danaro, in una situazione nella quale invece non sono tanto i capitali che mancano, ma le occasioni di impiego produttivo.

Non è un caso che anche sul piano nazionale i tentativi di rilanciare la programmazione e di riformulare un nuovo patto fra movimenti operaio e padronato/settori produttivi avanzati, fondato sull’austerità e i l rilancio degli investimenti e dell’occupazione,si scontreranno duramente con la realtà dei rapporti di forza fra i partiti politici, da un lato, e con i l logoramento ormai irrimediabile degli apparati pubblici per i l governo dell’economia che hanno funzionato negli anni della ricostruzione e dell’espansione, dall’altro. L’interrogativo della strategia del cambiamento investe ormai direttamente la forma della politica e i caratteri dell’intervento pubblico. La grande questione con cui le democrazie occidentali devono fare i conti all’inizio degli anni ottanta è la crisi dello Stato sociale, del suo modello produttivo, degli istituti che hanno consentito la convergenza della crescita economica con gli obiettivi di riforma, di miglioramento delle condizioni di vita e diffusione  del benessere dell’intero movimento operaio. Qual è la specificità di questa crisi nel Mezzogiorno e in Sicilia?

Quali punti nevralgici del vecchio equilibrio sono messi in discussione? Qual è la vera posta in gioco dello scarto in atto nel paese e nell’intero occidente? Non si può ragionare della Sicilia e del sud senza allargare i l ragionamento all’intero scenario e alle questioni generali che sono sul tappeto. In realtà, ancora una volta la Sicilia e i l Mezzogiorno si ritrovano all’appuntamento di un nuovo processo di modernizzazione che investe l’intero paese e che ripropone, sia pure in termini nuovi, il rapporto fra democrazia e modello di sviluppo, tra forma della politica e nuovi caratteri del processo economico.

La questione della democrazia — della sua crisi e del suo sviluppo — è aperta oggi in termini completamente nuovi in tutto l’occidente. Nella coscienza comune è diffusa la sensazione che siamo giunti a una soglia. Basta richiamare alcuni dei nodi attorno a cui ruotano molti dei problemi della nostra vita nazionale e che sono al centro dello scontro politico e sociale.

a) Tutta la discussione sulla cosiddetta governabilità allude a un problema di limitazione o espansione della democrazia; di funzionamento delle istituzioni rappresentative e degli apparati pubblici; di rapporto fra decisione e consenso. La stessa contrapposizione, artificiosa e mistificante, fra democrazia-partecipazione e decisione-efficienza denota un orientamento culturale e un disegno politico che tendono a offuscare la prospettiva democratica e l suo valore strategico.

Problema immigrazione

Questo è il caso dell’accordo Italia – Libia,in materia di immigrazione, siglato nell’agosto 2004 e passato sotto silenzio,complici il caldo estivo e le vacanze. Il trattato stipulato da Berlusconi con il dittatore Gheddafi è frutto di una politica europea di apertura al regime libico. Il patto regolamenta il flusso di immigrati dall’Africa verso l’Italia. In pratica la Libia,in cambio di ingenti somme di denaro provenienti dall’Italia,si impegna a bloccare gli immigrati provenienti da vari Paesi africani che,transitando in Libia,tentano di raggiungere le coste italiane. Il rispetto o meno del patto da parte del leader libico finora è sempre dipeso dal pagamento di quanto promesso dal nostro Paese. Se l’Italia non paga,Gheddafi autorizza le partenze dei disperati verso l’Italia. Per capire la gravità effettiva dell’accordo è necessario ripercorrere, tappa per tappa!L’itinerario che gli immigrati africani cerca di condizioni di vita umane compiono per raggiungere il Bel Paese.

Arrivati in Libia dai propri paesi d’origine,pagano ai trafficanti dai 1500 ai 2000 euro per imbarcarsi su vecchie navi che l i porteranno in Sicilia. Durante il viaggio le condizioni sono spaventose e sempre meno disumane di quelle che li aspettano una volta sbarcati. Il loro inferno è appena all’inizio. Giunti nelle acque italiane, vengono gettati in mare dagli scafisti,intercettati dalla Guardia Costiera e trasportati negli ormai tristemente noti CPT, centri di permanenza temporanea. Le condizioni da lager nazista dei CPT sono state documentate da un giornalista dell’Espresso che si è finto clandestino ed è stato – “accolto” nel centro di Lampedusa. Umiliazioni, abusi,violenze da parte delle forze dell’ordine: sono queste le vessazioni a cui sono sottoposti gli immigrati che affollano il centro(il quale può contenere 190 persone, ma che normalmente ne ospita 600) Non vengono informati dei loro diritti e non sono nemmeno identificati. Non vien chiesto loro il Paese d’origine,in questo modo non si sa a chi di loro spetterebbe diritto d’asilo. Nel settembre 2005,il deputato leghista Mario Borghezio ha visitato, con una delegazione di europarlamentari,il CPT di Lampedusa(sgombrato in tutta fretta nei giorni precedenti la visita). Ha affermato che il centro di Lampedusa un hotel a cinque stelle e che ci abiterebbe volentieri. Resta da chiedersi se negli alberghi frequentati da Borghezio la gente dorma per terra tra i liquami e divida il bagno con altre trenta persone… Dopo due giorni di permanenza neh’ “hotel a cinque stelle”,gli immigrati sono imbarcati in massa in grossi aerei. Destinazione Libia. Giunti lì,chi non ha denaro viene rinchiuso nella prigione di al Gatrun, nel Sahara. Nessuno sa che sorte tocchi a questi dannati. Chi ha con sé denaro sufficiente può pagarsi il viaggio in un camion,stipato con altri disperatile attraverserà il deserto li porterà in Niger. Lì altri tir condurranno gli immigrati verso i loro Stati di appartenenza. bisogna sapere che non tutti gli espulsi dalla Libia sono uomini e donne in fuga. verso l’Italia. Spesso si tratta di africani che vivo no e lavorano regolarmente in Libia da anni. Ma che adesso sono oggetto di una vera e propria opera di pulizia etnica da parte del leader di Tripoli, della quale il nostro Paese si sta rendendo complice. Dalla Libia al Nigen dodici giorni di viaggio con la vita appesa ad un bidone d’acqua di venti litri. Spesso gli autisti derubano i passeggeri e li abbandonano in mezzo al deserto. La loro sorte è segnata. Chi riesce,invece, a giungere in Niger,dovrà affrontare un altro lungo viaggio,che li riporterà a quel mondo di orrore e sofferenza dal quale si erano illusi di potere fuggire.

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